
Quanto ne sapere dei vostri nonni? Quante vicende conoscete di loro? Cosa hanno fatto nella vita? Quali scelte hanno compiuto?
Non so niente, o quasi, dei miei nonni. Tre sono deceduti prima della mia nascita; uno – anzi, una – è morta a pochi mesi dalla mia venuta al mondo.
Di Mariano Leoni so che era un tenore. Lo scalone della casa di Montegiorgio ha i manifesti dei suoi concerti ,alle pareti. Di Adolfo Ilari conosco che era un allevatore di bestiame. Di Mariano ho una foto con Domenico Alaleona. Di Adolfo una in sella ad una moto Guzzi con sidecar. Basta.
Di nonna Luigia Cuppoletti in Leoni so che era dama di compagnia della contessa Radegonda Cavallini; di nonna Rosa Silenzi in Ilari, che era un donna bella e dolce. Nient’altro. Peccato.
Ci ho ripensato perché ieri, alla presentazione a Fermo del libro su Campoleggio, era presenta Marcella Ciferri, già maestra, e gran sarta della Cavalcata dell’Assunta.
Rispondendo ad una domanda di Carlotta Di Filippo, Marcella ha rivelato di essersi messa a scrivere la storia della sua vita. Con un preciso intento: farla conoscere ai propri nipoti. Bello, anzi bellissimo. Così si fa. Così si dovrebbe.
Oggi, purtroppo, viviamo in un tempo in cui tutto corre troppo veloce. Le giornate sono scandite da impegni, tecnologia e comunicazioni istantanee. Cronos mangia i suoi figli.
Eppure, proprio mentre il mondo sembra accorciare le distanze, i legami familiari rischiano di diventare più fragili. Tra le generazioni si crea spesso un vuoto fatto di silenzi, di cose mai raccontate e di domande mai poste.
Chi sono i nonni se non i custodi di un patrimonio prezioso: la memoria della famiglia. Nelle loro esperienze si intrecciano sacrifici, gioie, paure, sogni, cambiamenti epocali. Hanno vissuto un mondo diverso da quello dei loro nipoti, affrontando sfide che oggi sembrano lontane, ma che hanno contribuito a costruire il presente.
Nelle società tradizionali, ma anche in Giappone, il ruolo dell’anziano e, dunque, del nonno, è rispettato. Da noi è diverso. Questa nostra civilizzazione è giovanilista senza essere giovane e con poco rispetto per chi ha età venerande. Papa Francesco parla di scarti.
E torniamo al tema iniziale: molti ragazzi conoscono poco della vita dei propri nonni. Sanno dove abitano, quali sono le loro abitudini, forse ricordano qualche episodio divertente dell’infanzia. Ma raramente conoscono davvero chi fossero da giovani, quali fossero i loro desideri, come abbiano incontrato il grande amore, quali difficoltà abbiano superato o quali scelte abbiano cambiato il corso della loro vita.
Quando queste storie non vengono raccontate, è come se i legami familiari si assottigliassero. Così, le radici diventano meno visibili e le nuove generazioni rischiano di percepire la famiglia come un insieme di persone, piuttosto che come una storia condivisa che attraversa il tempo.
Raccontare la propria vita non significa celebrare se stessi. Attenzione: non è vanto, o orgoglio, o altro ancora.
Significa invece lasciare un’eredità di valori, esperienze e insegnamenti. È un modo per dire ai propri nipoti: «Anche tu fai parte di questa storia».
Sapere da dove veniamo aiuta a comprendere meglio chi siamo e ci offre un senso di appartenenza che nessun social network può sostituire.
Anche i racconti più semplici hanno un valore immenso. Il primo lavoro, la scuola, i giochi di quando non esistevano gli smartphone, le feste di paese, le difficoltà economiche, i piccoli gesti di solidarietà tra vicini: ogni ricordo diventa una finestra aperta su un passato che altrimenti andrebbe perduto. Ieri, questo è emerso a Santa Monica.
Per i nipoti ascoltare queste testimonianze significa scoprire i nonni sotto una luce nuova. Non più soltanto figure affettuose che li hanno accompagnati nella crescita, ma persone che hanno avuto sogni, paure, successi e delusioni. Questa scoperta crea empatia, rispetto e vicinanza. Il dialogo diventa più autentico e il rapporto più profondo.
Anche per i nonni il racconto rappresenta un dono. Ripercorrere la propria vita permette di dare un significato alle esperienze vissute e di sentirsi ancora protagonisti all’interno della famiglia. Sapere che qualcuno ascolta con interesse le proprie parole restituisce dignità ai ricordi e rafforza il senso di continuità tra le generazioni.
Non serve aspettare le grandi occasioni. Basta una fotografia ritrovata in un cassetto, una passeggiata, un pranzo domenicale o una semplice domanda: «Com’era la tua vita quando avevi la mia età?». Da quella domanda possono nascere conversazioni capaci di unire passato e futuro.
Ogni storia raccontata è un filo che si aggiunge al tessuto della famiglia. Più questi fili sono numerosi e resistenti, più la famiglia diventa forte, consapevole delle proprie radici e pronta ad affrontare il futuro. Perché una famiglia non vive soltanto nel presente: vive nella memoria di chi l’ha costruita e nella curiosità di chi desidera raccoglierne l’eredità.
In fondo, il regalo più grande che un nonno possa lasciare ai propri nipoti non è un bene materiale, ma il racconto della propria vita. È una ricchezza che non perde valore con il tempo e che continuerà a vivere in ogni generazione che saprà ascoltare, ricordare e raccontare a sua volta.
Grazie, Marcella. Mi hai chiarito molto.
Giovedì, 30 luglio 2026
Articolo di Adolfo Leoni su
viverefermo.it
Foto di Michal Jarmoluk da Pixnio
